È forte la presa di posizione dei dottori agronomi e dottori forestali bergamaschi sulla variante al Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP), finalizzata all'individuazione degli ambiti destinati all’attività agricola d’interesse strategico, come previsto dalla normativa regionale in materia di governo del territorio.
“In base alla legge regionale n. 12 del 2005 – ricorda Mario Carminati, vicepresidente dell’Ordine dei dottori agronomi e dottori forestali della provincia di Bergamo – gli ambiti agricoli strategici rappresentano le parti del territorio che negli anni a venire dovranno restare agricole e non potranno essere destinate a nessun altro uso nell’ambito dei piani di governo del territorio adottati dai comuni.
La partita sta ora entrando nel vivo: dalla nuova versione del PTCP, che scaturirà dal processo istituzionale in corso, si stabilirà quali terreni saranno permanentemente dedicati all’esercizio dell’agricoltura e quali potranno essere oggetto di trasformazione urbanistica, sia essa a fini industriali, commerciali o residenziali.
L’Ordine degli agronomi bergamaschi fa notare che in Italia il consumo irreversibile di suolo continua da decenni con ritmi insostenibili: secondo recenti dati Ersaf, nella sola provincia di Bergamo dal 1955 al 2007, sono stati persi oltre 37.000 ettari di superficie agricola, vale a dire circa 20.000 mq al giorno per 52 anni.
“Gli stessi dati degli ultimi dieci anni sul consumo del suolo nella nostra provincia appaiono tutt’altro che confortanti – fa notare Carminati -. Le risultanze del recente censimento generale dell’agricoltura italiana mostrano infatti che la superficie agricola utile in Bergamasca è passata da quasi 93.000 ettari nel 2000 a 70.800 ettari nel 2010. Un’accelerazione non indifferente che porta con sé, oltre alle evidenti conseguenze in termini di contrazione dell’economia agricola provinciale e del turismo, ad una serie di effetti potenzialmente negativi sotto il profilo ambientale.
Tra questi ultimi, gli agronomi bergamaschi ricordano: una più evidente fragilità di tutto l’assetto idrogeologico del nostro territorio, con accresciuta possibilità di frane e allagamenti anche in presenza di precipitazioni non eccezionali. La contrazione del territorio rurale comporta inoltre un mancato immagazzinamento di CO2 nel suolo con impatto sul clima, riflessi sui cicli dell’acqua e perdita di biodiversità.
O.O.