Le occasioni perdute del 3+ 2
I problemi principali: criteri di valutazione meno severi, durata eccessiva dei corsi
Le occasioni perdute del 3+ 2
I problemi principali: criteri di valutazione meno severi, durata eccessiva dei corsi
Alcuni dati del rapporto Alma Laurea su caratteristiche e performance dei laureati italiani nel 2004 offrono ulteriore alimento alle preoccupazioni per gli esiti della riforma 3+ 2. Vorrei considerare quattro aspetti. La struttura 3+ 2 si rivela, innanzitutto, poco adatta a favorire esperienze di studio all'estero. Il 13,3% di quanti hanno conseguito nel 2004 la laurea nell'ambito del vecchio ordinamento hanno compiuto periodi di studio all'estero, in netta prevalenza usufruendo di programmi dell'Unione europea. Solo il 7,1% dei laureati del nuovo ordinamento triennale hanno fatto invece esperienze di questo tipo. Si tratta di un risultato certamente negativo.
Le percezioni degli studenti sulla riforma 3+ 2 non segnalano particolari apprezzamenti. Solo il 15% degli intervistati valuta il 3+ 2 « decisamente migliore » , mentre il 30% valuta « decisamente migliore » il vecchio ordinamento. La somma delle risposte a favore del modello 3+ 2, « decisamente migliore » e « leggermente migliore » , supera il 50% solo per i gruppi di corsi di laurea in ambito economico statistico, ingegneria, architettura e scientifico, mentre livelli compresi tra il 31 e il 37% si registrano tra i laureati in ambito psicologico, giuridico, geo biologico, letterario. Nonostante la diversità dei problemi dei due modelli, non emerge complessivamente dagli studenti la percezione di un miglioramento.
Un terzo aspetto riguarda la durata effettiva dei corsi di studio. La percentuale dei laureati « in corso » o « regolari » sale dal 5,8 del 1998 al 20,1 del 2004; sale anche la percentuale dei laureati con un anno fuori corso, mentre scende quella dei laureati con oltre un anno fuori corso. C'è una forte differenza tra i laureati regolari nel vecchio e nel nuovo ordinamento: nel vecchio i laureati regolari, nel 2004, sono pari al 10,9%; nel nuovo ordinamento triennale essi sono pari al 36,9 per cento.
Da che cosa dipende la crescita dei laureati regolari nel nuovo ordinamento? L'onere e la difficoltà dei corsi di studio triennali è verosimilmente minore, ma, c'è da chiedersi, i criteri di selezione e di valutazione sono rimasti immutati in questi anni? A meno di credere che le ultime generazioni siano decisamente più impegnate, si è tentati di escluderlo, ove si consideri che la percentuale di laureati in corso nel vecchio ordinamento è salita dal 5,8 del 1998 al 10,9 del 2004 e, per quanto riguarda il nuovo ordinamento, dal 14,8 del 2002 al 36,9 del 2004. È verosimile che l'adozione di criteri meno severi di valutazione, aspetto di per sé non negativo, abbia avuto un'incidenza su tutti questi risultati. Peso ed evoluzione dei criteri di valutazione meriterebbero, per tanti motivi, un adeguato approfondimento.
Il dato più rilevante che emerge dal rapporto riguarda i progetti di prosecuzione degli studi dopo la laurea. Oltre il 76% dei laureati triennali intende proseguire gli studi ( verso lauree specialistiche, scuole di specializzazione, master, tirocini, eccetera) contro il 54% dei laureati del vecchio ordinamento. Nell'area delle scienze umane e sociali la percentuale è 78,4, nell'area tecnico scientifica è 73,4. Di fatto, a un anno dalla laurea il 66% dei laureati triennali risulta iscritto a una laurea specialistica e la percentuale sale all' 85% tra i laureati regolari sotto i 23 anni. Uno dei principali obiettivi che ha guidato la riforma 3+ 2 — abbreviare i corsi di laurea per la massa degli studenti e indirizzare a corsi specialistici percentuali comparativamente assai più piccole — sembra dunque fallito.
Con facile previsione, si potrebbe aggiungere che il problema apparirà ancor più grave quando si disporrà di dati più completi sulla durata effettiva delle lauree specialistiche: tesi originale e numerosità degli insegnamenti assai difficilmente la conterranno nei due anni legali.
Molte volte ho sostenuto l'incomprensibilità di un modello, il 3+ 2, che spezza il percorso unitario della laurea, e molte volte ho sottolineato il grave rischio di un tale modello di indebolire o attenuare la cura, che caratterizzava invece la fase iniziale dei corsi del vecchio ordinamento, degli aspetti metodologici e generali. I dati citati del rapporto AlmaLaurea contribuiscono a delineare uno scenario in cui l'indebolimento dei livelli medi di preparazione si unisce al fallimento dell'obiettivo di una laurea breve per la massa dei giovani universitari.
Come scongiurare questo che appare il risultato peggiore possibile? Nella realistica previsione che non si tornerà più indietro, direi interpretando la riforma 3+ 2 semplicemente come un allungamento delle vecchie lauree quadriennali a lauree quinquennali. Inutile ripetere ancora una volta che assai meglio sarebbe stato riformare le vecchie lauree quadriennali mantenendone ferma la durata.
Purtroppo, realisticamente oggi si può soltanto auspicare che il prossimo lavoro di revisione dei corsi di laurea nelle singole sedi punti molto su un percorso quinquennale che recuperi gli aspetti positivi della nostra tradizione universitaria e favorisca davvero una permanenza effettiva di cinque anni in università.
Tratto da Il Sole-24 Ore del 09-10-2005
a firma di DI PAOLA POTESTIO