Falso Made in Italy: un inganno che costa 4,2 miliardi | Agrinews.info

Falso Made in Italy: un inganno che costa 4,2 miliardi

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Gli italiani vengono ogni giorno ingannati dai prodotti “falsi Made in Italy” per la mancanza dell’obbligo di indicare l’origine in etichetta, una condizione che comporta la perdita di ben 4,2 miliardi di fatturato.

Oggi più che mai per rilanciare il settore agroalimentare colpito dalla crisi è necessario comperare prodotti fatti interamente in Italia. L’attenzione all’origine del prodotto è evidenziata dal fatto che ben il 97 per cento degli italiani ritiene che dovrebbe essere sempre indicato il luogo di allevamento o coltivazione dei prodotti contenuti negli alimenti.

In Italia invece due prosciutti su tre venduti come italiani sono provenienti da maiali allevati all’estero, e  tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri senza indicazione in etichetta, inoltre più di un terzo della pasta è ottenuta da grano che non è stato coltivato in Italia all’insaputa dei consumatori e la metà delle mozzarelle non a denominazione di origine che sono fatte con latte o addirittura cagliate straniere.

Secondo l’indagine Coldiretti/Swg, quasi la metà degli italiani ritiene un alimento realizzato con prodotti coltivati o allevati interamente in Italia valga almeno il 30 per cento in più, perché in Italia ci sono leggi più severe e maggiori controlli.

Per l’alimentazione, la fiducia nel Made in Italy rispetto ai prodotti stranieri è massima (92 per cento): i prodotti italiani, rileva la Coldiretti, sono giudicati di gran lunga superiori rispetto a quelli provenienti dai diversi paesi esteri mentre i prodotti tecnologici perdono con i giapponesi e la moda pareggia con i francesi.

Il pressing della Coldiretti ha portato all’obbligo di indicare varietà, qualità e provenienza nell’ortofrutta fresca, all’arrivo dal primo gennaio 2004 del codice di identificazione per le uova, all’obbligo di indicare in etichetta, a partire dal primo agosto 2004, il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto, all’obbligo scattato il 7 giugno 2005 di indicare la zona di mungitura o la stalla di provenienza per il latte fresco, all’etichetta del pollo Made in Italy per effetto dell’influenza aviaria dal 17 ottobre 2005 e all’etichettatura di origine per la passata di pomodoro a partire dall’1 gennaio 2008.

Dal primo di luglio è arrivato anche l’obbligo di indicare l’origine delle olive impiegate nell’extravergine, ma molto resta ancora da fare e per oltre il 50 per cento della spesa, ha concluso la Coldiretti, l’etichetta resta anonima per la carne di maiale, coniglio e agnello, per la pasta, le conserve vegetali, ma anche per il latte a lunga conservazione e per i formaggi non a denominazione di origine.

“Mettere in trasparenza la provenienza di quanto portiamo in tavola non solo aumenta il potere contrattuale delle imprese agricole, ma protegge dalle psicosi nei consumi provocate anche da emergenze in paesi lontani e fornisce un servizio essenziale ai cittadini consumatori poiché favorisce i controlli e consente di fare scelte di acquisto consapevoli” afferma il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che si tratta di “una battaglia che finalmente è oggi condivisa dalle Istituzioni ed è quindi più che mai è necessario riaffermare e sostenere il percorso iniziato per far uscire dall’anonimato oltre la metà della spesa alimentare degli italiani per la quale non è ancora obbligatorio indicare la provenienza”.

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