Home restaurant: a breve una legge per fare ristorazione a casa propria | Agrinews.info

Home restaurant: a breve una legge per fare ristorazione a casa propria

In arrivo la disciplina dell’ home restaurant, l’attività di ristorazione in abitazioni private: pochi coperti, prenotazioni sul web, regole ridotte. Finora.

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Dopo anni di vuoto normativo, sta per essere approvata la disciplina degli home restaurant.

Il 17 gennaio la Camera ha approvato il testo del disegno di legge n. AC-3258 che, dopo il via libera da parte del Senato, diventerà legge.

Obiettivo della legge è disciplinare questo fenomeno nato sull’onda del successo della sharing economy ma che, proprio perché giuridicamente non inquadrato, correva il rischio di prestarsi ad abusi con risvolti di concorrenza sleale a chi, l’attività di ristorazione, la svolge a livello professionale.

La crescita di questo settore ha numeri importanti: secondo uno studio del Centro studi turistici per Fiepet Confesercenti, nel 2014 gli home restaurant hanno fatturato 7,2 milioni di euro in Italia.

 

 

Che origine ha l’Home Restaurant?

La tendenza è partita nel 2006 con i guerrilla restaurant a New York, per poi diffondersi nel 2009 anche nel Regno Unito. Grazie ai social network la moda si è estesa a macchia d’olio dando origine alla nascita dei Supper Club newyorkesi, delle case particular cubane e degli Home Restaurant. Una passione, quella della cucina, che si può trasformare in un vero e proprio business rispettando alcune regole previste dalla legge di ciascun Paese.

 

 

In cosa consiste?

Home Restaurant.com lo descrive come “la possibilità offerta a chiunque ami stare ai fornelli di trasformare la propria casa e la propria cucina in un ristorante occasionalmente aperto per amici, conoscenti e perfetti sconosciuti che avranno la possibilità di sperimentare la cucina originale dei luoghi frequentati abitualmente o in occasione di un viaggio.

Gli Home Restaurant sono il valore aggiunto della scoperta di un territorio grazie alle ricette tipiche realizzate con prodotti locali dalle mani di nonne, mamme, zie, amiche e amici che si trasformano in chef e offrono, in casa propria, occasioni di incontro, scambio e tanta, tantissima qualità e rispetto della tradizione”.

Tecnicamente per home restaurant, detto anche supper club, si intende  una

“attività finalizzata alla condivisione di eventi enogastronomici esercitata da persone fisiche all’interno delle unità immobiliari ad uso abitativo di residenza o domicilio, proprie o di un soggetto terzo, per il tramite di piattaforme digitali che mettono in contatto gli utenti, anche a titolo gratuito e dove i pasti sono preparati all’interno delle strutture medesime”:

è questa la definizione che è contenuta nel ddl.

Detto in maniera più semplice, consiste in una attività finalizzata all’erogazione del servizio di ristorazione esercitato da persone fisiche all’interno delle proprie strutture abitative.

In pratica, si organizzano pranzi o cene nel proprio appartamento per un selezionato numero di commensali ricevendone, in cambio, un compenso.

 

L’attuale regolamentazione

Come anticipato, allo stato attuale, non esiste una vera e propria disciplina che regoli la materia e ciò ha permesso il proliferare di tale attività inquadrandola tra quelle di carattere saltuario e quindi non soggetta ad alcun adempimento di carattere amministrativo.

A titolo ufficiale si segnala solo una nota del Ministero dello sviluppo economico diffusa nei primi mesi del 2015 nella quale è stato affermato che

“gli home restaurant sono un’attività economica. L’attività anche se esercitata in alcuni giorni e tenuto conto che i soggetti che usufruiscono delle prestazioni sono in numero limitato, non può che essere classificata come un’attività di somministrazione di alimenti e bevande, in quanto anche se i prodotti vengono preparati e serviti in locali privati coincidenti con il domicilio del cuoco, essi rappresentano comunque locali attrezzati aperti alla clientela. La fornitura di dette prestazioni comporta il pagamento di un corrispettivo, quindi, anche con l’innovativa modalità, l’attività si esplica quale attività economica in senso proprio”.

In pratica, gli home restaurant, secondo tale interpretazione, vengono equiparati ai ristoranti e, quindi, soggetti agli stessi adempimenti.

 

Le novità previste

Il quadro è destinato a mutare radicalmente con la nuova legge non appena essa diverrà operativa.

Infatti, verranno introdotti alcuni rigidi paletti che, nelle intenzioni del Legislatore, hanno appunto lo scopo di evitare che queste attività possano fare concorrenza sleale ai ristoranti.

Va fatta, però, una premessa: sono escluse dall’applicazione della nuova disciplina le attività svolte in ambito privato o comunque da persone unite da vincoli di parentela o di amicizia, che sono definite libere e non soggette a procedura amministrativa.

Detto ciò, con le nuove norme, l’esercizio dell’attività di home restaurant sarà possibile solo attraverso l’affiliazione a piattaforme digitali finalizzate all’organizzazione di eventi enogastronomici alle quali, gli utenti finali si rivolgeranno per fruire del servizio.

Le attività di home restaurant devono essere inserite nella piattaforma almeno trenta minuti prima del loro svolgimento e l’eventuale cancellazione del servizio prima della sua fruizione deve rimanere tracciata.

Il soggetto gestore di tali piattaforme deve garantire che le informazioni relative alle attività degli utenti, iscritti alle piattaforme medesime, siano tracciate e conservate, nel rispetto delle vigenti norme sulla privacy ed è inoltre tenuto a mettere le informazioni relative alle attività degli utenti, iscritti alle piattaforme medesime, nella disponibilità degli enti di controllo competente.

 

Tanti vincoli

Infatti viene previsto che le transazioni di denaro devono essere effettuate mediante le piattaforme digitali, che prevedono modalità di registrazione univoche dell’identità, e avvengono esclusivamente attraverso sistemi di pagamento elettronico.

Quanto al soggetto cuoco che fornisce il servizio di home restaurant è previsto che:

  • sia coperto da polizza assicurativa per i rischi derivanti dall’attività;
  • disponga di una unità immobiliare ad uso abitativo coperta da apposita polizza che assicuri per la responsabilità civile verso terzi;
  • sia in possesso dei requisiti di legge di cui si dirà appresso per lo svolgimento dell’attività, ai fini dell’iscrizione alla piattaforma digitale.

Di tutto ciò, il gestore della piattaforma digitale deve accertarsi mediante apposite verifiche e deve dare notizia all’utente fruitore (va sempre esplicitato che si tratta di un’attività non professionale di ristorazione).

Viene comunque specificato che, per definizione, l’attività di home restaurant è considerata saltuaria.

Pertanto, è fissato un altro paletto: non si possono superare il limite massimo di 500 coperti per anno solare, né generare proventi superiori a 5.000 euro annui.

Per quanto riguarda, invece, i requisiti di carattere amministrativo viene richiesto:

  • il rispetto delle procedure previste dall’attestato dell’analisi dei rischi e controllo di punti critici (HACCP) sull’igiene dei prodotti alimentari;
  • la comunicazione al comune competente della segnalazione certificata di inizio attività (SCIA)
  • il possesso, da parte degli utenti operatori cuochi, dei requisiti di onorabilità per la somministrazione di alimenti e bevande (non essere delinquenti abituali e mancanza di condanne – art. 71, commi 1 e 2 D.Lgs. n. 59/2010). Non sono, invece, richiesti i requisiti professionali per l’esercizio dell’attività di somministrazione (art. 71, comma 6 D.Lgs. n. 59/2010);
  • l’utilizzo della propria organizzazione familiare e di parte di un’unità immobiliare ad uso abitativo, dotata di specifici requisiti.

Quanto a quest’ultimo aspetto, viene stabilito che gli immobili devono possedere le caratteristiche di abitabilità e di igiene previste dalla normativa vigente e che l’attività esercitata non comporta la modifica della destinazione d’uso dell’immobile.

Viene comunque precisato che l’attività di home restaurant non può essere esercitata nelle unità immobiliari ad uso abitativo in cui sono esercitate attività turistico-ricettive in forma non imprenditoriale o attività di locazione per periodi di durata inferiore a trenta giorni.

 

Sanzioni salate

Un ultimo accenno va fatto alle sanzioni: in caso di esercizio dell’attività in assenza di SCIA, si prevede la cessazione dell’attività medesima e l’applicazione della sanzione amministrativa prevista dalla normativa sull’insediamento e sull’attività dei pubblici esercizi.

A tal fine l’art. 10 Legge n. 287/1991 prevede la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 2.500 euro a 15.000 euro.

 

 

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