OGM: in discussione la "sovranità alimentare" dell'Italia | Agrinews.info

OGM: in discussione la “sovranità alimentare” dell’Italia

Il divieto con cui nel 2013 l’Italia ha bandito gli OGM è, secondo l’Avvocatura generale Ue, illegittimo. La parola passa ora alla Corte di Giustizia.

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Misure di emergenza per limitare l’utilizzo di alimenti e mangimi geneticamente modificati possono essere messe in campo dall’Italia e dagli altri Stati membri dell’Ue solo se questi sono in grado di dimostrare, oltre all’urgenza, l’esistenza di un rischio manifesto e grave per la salute e per l’ambiente.

Questo il parere dell’Avvocato Generale della Corte di Giustizia europea Michal Bobek in merito al caso di alcuni coltivatori italiani sotto accusa per aver violato il decreto interministeriale del 2013 che vieta l’uso di mais MON 810.

 

La vicenda

Tutto inizia con la Decisione del 22 aprile 1998 con la quale la Commissione europea, a norma della direttiva 90/220/Cee del Consiglio, autorizzava l’immissione in commercio di mais geneticamente modificato MON 810. Nella Decisione, la Commissione richiamava il parere del comitato scientifico, per il quale non vi era motivo di ritenere che il suddetto prodotto avrebbe avuto effetti pregiudizievoli per la salute umana o per l’ambiente.

Nel 2013, tuttavia, il Governo italiano chiedeva alla Commissione di adottare misure di emergenza per vietare la coltivazione di mais MON 810 alla luce di alcuni nuovi studi scientifici realizzati da due istituti di ricerca italiani.

Sulla base di un parere scientifico emesso dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), la Commissione concludeva però che non vi fossero nuove prove scientifiche a supporto delle misure di emergenza richieste capaci di invalidare le precedenti conclusioni dell’EFSA sulla sicurezza del mais MON 810.

Nonostante ciò,  il Governo italiano adottava il decreto interministeriale 12 luglio 2013 che vietava la coltivazione del MON 810 nel territorio italiano fino all’adozione di misure comunitarie di cui all’art. 54, paragrafo 3, del Regolamento n. 178/2002 e comunque non oltre diciotto mesi dalla data dello stesso decreto 12 luglio 2013.

Il decreto in parola veniva adottato come misura d’emergenza ai sensi dell’art. 34 del regolamento n. 1829/2003, relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati.

Il divieto veniva ulteriormente prorogato dal successivo decreto del 22 gennaio 2015.

 

Il caso “Fidenato e altri”

Nel 2014 alcuni agricoltori italiani coltivavano mais MON 810 in violazione del suddetto decreto interministeriale, motivo per il quale venivano perseguiti penalmente.

Nell’ambito del procedimento penale aperto (nei confronti di “Fidenato e altri”), il Tribunale di Udine, coinvolto nel caso,  sottoponeva alla Corte di Giustizia una serie di questioni,  una delle quali riguardante il rapporto tra l’art. 34 del Regolamento n. 1829/2003 e il principio di precauzione: in particolare, se sia possibile adottare misure di emergenza sulla base del principio di precauzione.

 

Il quesito sottoposto dal Tribunale di Udine alla Corte di Giustizia

La questione pregiudiziale sottoposta dal Tribunale di Udine, attualmente al vaglio della Corte di Giustizia, consiste nel seguente quesito:

l’elenco delle condizioni per l’adozione di misure d’emergenza contenuto nell’art. 34 è esauriente oppure tale articolo potrebbe essere integrato o ampliato attraverso un’applicazione parallela o addirittura indipendente del principio di precauzione?

Il giudice italiano, in altre parole,  chiede alla Corte di Giustizia se sia possibile adottare misure di emergenza sulla base del principio di precauzione.

La risposta dell’Avvocato Generale Bobek, come vedremo di seguito,  è “no”.

 

 

C-111/16, Fidenato e a. : le conclusioni dell’Avvocato generale Bobek del 30 marzo 2017 

Nelle conclusioni depositate il 30 marzo 2017 nella causa C-111/16, l’avvocato generale Michal Bobek suggerisce alla Corte di stabilire che gli Stati membri possano adottare misure di emergenza riguardanti alimenti e mangimi geneticamente modificati solo se siano in grado di dimostrare, oltre all’urgenza, l’esistenza di una situazione di rischio manifesto e grave per la salute umana, per la salute degli animali e per l’ambiente, come previsto dall’art. 34 del Regolamento (Ce) n. 1829/2003 relativo agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati.

Nello specifico, l’art. 34 autorizza gli Stati membri ad adottare misure di emergenza “[…] quando sia manifesto che prodotti autorizzati [geneticamente modificati] […] possono comportare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente”.

Secondo l’Avvocato Generale, detto art. 34 rappresenta un’espressione concreta del principio di precauzione nello specifico contesto degli alimenti e dei mangimi geneticamente modificati in una situazione di urgenza.

Il principio di precauzione sancito dalla legislazione alimentare autorizza gli Stati membri ad adottare misure di emergenza al fine di scongiurare rischi per la salute umana che non sono stati ancora pienamente identificati o compresi in ragione di una situazione di incertezza sul piano scientifico.

Tuttavia, l’Avvocato Generale Bobek ritiene che tale principio generale non modifichi le condizioni chiaramente fissate dal più specifico articolo 34, per diverse ragioni e cioè:

  • il principio di legalità (che assume rilievo ancora maggiore quando gli Stati membri infliggono sanzioni penali) esige che le autorità pubbliche agiscano esclusivamente entro i limiti di quanto disposto per legge;
  • un regolamento deve essere interpretato e applicato in maniera uniforme in tutti gli Stati membri;
  • il principio di precauzione e l’art. 34 operano in contesti diversi, dato che l’articolo 34, a differenza del principio di precauzione, si riferisce specificamente ai prodotti geneticamente modificati che sono già stati oggetto di una valutazione scientifica completa prima di essere immessi in commercio.

L’Avvocato Generale aggiunge che non incide su tale conclusione il fatto che nel 2015 la direttiva 2015/41 abbia notevolmente cambiato il contesto normativo applicabile agli organismi geneticamente modificati nell’Unione e che nel 2016 la Commissione, sulla base di tale direttiva, abbia vietato il mais MON 810 in 19 Stati membri, compresa l’Italia: tale direttiva è entrata in vigore dopo il decreto italiano e riguarda ambiti diversi.

La questione passa adesso alla Corte di Giustizia che dovrà decidere, accogliendo o meno le indicazioni dell’AG.

È importante precisare, comunque, che le conclusioni dell’Avvocato Generale non vincolano la Corte di giustizia. Il compito dell’Avvocato Generale consiste infatti nel proporre alla Corte, in piena indipendenza, una soluzione giuridica nella causa per la quale è stato designato.

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