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Un’impronta digitale che aiuti le imprese agroalimentari

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Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Ingegneria delle acque e di chimica, coordinato dal dott. Vito Gallo, ha presentato, durante il convegno “L’impronta digitale degli alimenti per lo sviluppo delle imprese agroalimentari” svoltosi a Bari, l’impiego di una nuova tecnica di analisi per la valutazione della conservabilità dell’uva da tavola.

Attraverso i principi della Risonanza Magnetica Nucleare (NMR) si possono effettuare le analisi delle sostanze presenti nel frutto e conoscere il suo profilo metabolico, ovvero le sostanze nutrienti che ne determinano la genuinità (“impronta digitale”). Tale processo permette di conoscere anche i tempi di conservazione del prodotto e di conseguenza attuare le scelte più opportune per la sua raccolta e commercializzazione.

L’impronta digitale non è un identificazione numerica, bensì un insieme di informazioni che caratterizzano il campione di un determinato prodotto agroalimentare. Tutte le impronte digitali possono essere archiviate in un database per risalire con facilità alla composizione di un alimento e alla sua reale origine geografica. Grazie alla risonanza magnetica è possibile effettuare l’analisi in tempi brevi e con costi contenuti, sicché l’Impronta digitale assume una triplice valenza come strumento di valorizzazione, di gestione e di marketing.

La dott.sa Anna Paola Minoja, di Bruker Italia, ha fornito dettagli preziosi sulle applicazioni commerciali della risonanza magnetica nel mercato dei succhi di frutta, dei vini e degli oli d’oliva, chiarendo che le analisi devono essere fatte nel minor tempo possibile e costantemente ripetute per ottenere risultati attendibili.

Un’applicazione che potrebbe creare valore aggiunto e garantire la qualità del prodotto, senza l’investimento di una spesa eccessiva.

A.U.

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