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Suolo e habitat naturali: ecco come si tutelano se si procede con un appalto di lavori pubblici

L’appaltatore deve dimostrare la propria capacità di applicare misure di gestione ambientale durante l’esecuzione del contratto per arrecare il minore impatto possibile sull’ambiente

Consumo-di-suolo
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Prima di procedere ad un appalto di lavori pubblici, ossia nella fase dello studio di fattibilità al fine di contenere il consumo di suolo, l’impermeabilizzazione del suolo, la perdita di habitat, la distruzione di paesaggio agrario, la perdita di suoli agricoli produttivi, tutelando al contempo la salute, è necessario verificare attraverso una relazione redatta da un professionista abilitato e iscritto agli albi o registri professionali, se non sia possibile recuperare edifici esistenti, riutilizzare aree dismesse o localizzare l’opera pubblica in aree già urbanizzate/degradate/ impermeabilizzate, anche procedendo a varianti degli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica.

Tale verifica può essere fatta effettuando una valutazione costi-benefici in ottica di ciclo di vita con metodo EN 16627, al fine di valutare la convenienza ambientale tra il recupero e la demolizione di edifici esistenti o parti di essi.

Tale verifica è derogabile nei casi in cui gli interventi di demolizione e ricostruzione siano determinati dalla non adeguatezza normativa in relazione alla destinazione funzionale (ad esempio, aspetti strutturali, distributivi, di sicurezza, di accessibilità).

L’analisi delle opzioni dovrebbe tenere conto della presenza o della facilità di realizzazione di servizi, spazi di relazione, verde pubblico e della accessibilità e presenza del trasporto pubblico e di piste ciclabili.

Nel caso si debba procedere a nuova occupazione di suolo, occorre perseguire i seguenti obiettivi principali, anche procedendo a varianti degli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica:

  • densità territoriali e densità edilizie elevate (nel caso di destinazioni residenziali);
  • continuità delle reti ecologiche regionali e locali (adeguate cinture verdi e/o aree agricole);
  • contrasto all’insularizzazione di SIC, ZPS, aree naturali protette, etc.;
  • presenza di servizi, spazi di relazione, verde pubblico;
  • accessibilità e presenza/realizzazione del trasporto pubblico e piste ciclabili;
  • limitata impermeabilizzazione delle superfici;
  • lontananza da centri smaltimento rifiuti e zone industriali o siti contaminati etc.

Il legislatore comunitario, nell’ambito del pacchetto di Direttive del 2014 che regolano gli appalti pubblici e le concessioni, al fine di promuovere l’uso strategico degli appalti pubblici, ha dato maggior rilievo alle caratteristiche qualitative, anche ambientali, per la determinazione di un’offerta “economicamente più vantaggiosa”.

E’ diventata obbligatoria l’applicazione dei criteri ambientali minimi (CAM) emanati dal Ministero dell’ambiente da parte delle stazioni appaltanti che devono inserire nei bandi di gara almeno le specifiche tecniche e le clausole contrattuali presenti in questo documento. La stessa norma prevede che i CAM siano tenuti in considerazione anche ai fini della stesura dei documenti di gara per l’applicazione del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. L’aggiudicazione al “prezzo più basso” rimane applicabile ma solo in via residuale, perdendo la centralità propria dell’impostazione delle direttive previgenti. Viene anche istituita una nuova modalità di aggiudicazione sulla base dell’elemento prezzo o del costo, seguendo un criterio di comparazione costo/efficacia quale il costo del ciclo di vita.

Dalla lista degli elementi di costo in base ai quali poter valutare le offerte sui “Costi del ciclo di vita” il legislatore comunitario dimostra il percorso realizzato in merito alle modalità con le quali poter introdurre considerazioni, anche di tipo ambientale, negli appalti pubblici e fornisce elementi giuridici a supporto di quelle amministrazioni che considerano importante stimolare la concorrenza fondata su elementi qualitativi, sui risparmi negli esercizi futuri, sulla riduzione dei costi degli impatti ambientali, anche indiretti, che si scaricano sulla collettività in termini di esternalità ambientali, ma anche sul tessuto industriale (costi del riciclo). Tali impatti possono essere determinati in relazione alle diverse fasi del ciclo di vita del prodotto/servizio/lavoro oggetto della gara, ovvero dall’estrazione delle materie prime, alla produzione, all’uso/erogazione del servizio, allo smaltimento dei prodotti.

A prescindere dal fatto che le procedure d’acquisto vengano o meno aggiudicate con il metodo dei costi lungo il ciclo di vita e che venga pertanto identificata una apposita metodologia, il legislatore comunitario e quello nazionale, marginalizzando il ricorso al minor prezzo e dando particolare risalto all’aggiudicazione ai costi del ciclo di vita, cui dedica un articolo separato, si dimostra più orientato rispetto alla normativa previgente verso l’obiettivo di valorizzare l’uso degli appalti a fini strategici quali la tutela dell’ambiente.

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