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Gli agrotecnici contro il Piano d’azione nazionale

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Gli agrotecnici ancora una volta sono sul piede di guerra: secondo il Collegio nazionale il recente Pan, Piano d’azione nazionale, mortificherebbe il ruolo della professione tecnica rispetto alle competenze necessarie all’uso di prodotti fitofarmaci. Di contro, il Pan non affronterebbe uno dei problemi essenziali dell’ambito fitosanitario in Italia: e cioè che più dell’80% delle aziende agricole operanti sul territorio italiano usa fitofarmaci senza l’autorizzazione all’acquisto.

Secondo i dati del censimento dell’agricoltura citati dagli agrotecnici, a fronte di 1.623.000 aziende agricole sono state rilasciate – dal 1968 ad oggi – solo 250 mila autorizzazioni all’acquisto di fitofarmaci. Tolte le 43.000 aziende biologiche, che non usano fitofarmaci, le aziende che usano i prodotti senza autorizzazione si aggirano intorno alla notevole cifra di 1.300.000, cioè oltre l’81%.

Proprio per queste ragioni nei giorni scorsi gli agrotecnici hanno presentato ricorso al Tar del Lazio contro il Pan, il Piano d’azione nazionale, sostenendo che esso, nella sua attuale formulazione non raggiunge nessuno degli obiettivi previsti dalla Direttiva Europea n. 128/2009 e che anzi ne ritarda di un anno l’effettiva entrata in vigore, in contraddizione con la stessa disposizione nazionale di recepimento della disciplina europea, che fissava al 26 novembre 2013 l’avvio della nuova disciplina.

Il Pan racchiude una serie di norme che “dovrebbero” ridurre i rischi associati all’uso dei fitofarmaci, pur continuando a garantire strumenti idonei per la protezione delle colture agrarie. In realtà, spiega il Collegio, “il testo predisposto dal Governo non sembra raggiungere questi obiettivi, moltiplicando all’inverosimile le procedure burocratiche, senza alcun effetto concerto e raggiungendo picchi di vera e propria assurdità”.

Per l’acquisto e la vendita di fitofarmaci serve avere sostenuto un corso (di 20 ore ogni 5 anni) e superato un “esame abilitativo” regionale: “A questo adempimento”, denuncia il Collegio, “vengono assurdamente assoggettati anche i tecnici liberi professionisti, con percorsi di studi agrari, secondari od universitari, mai inferiori a cinque anni, che hanno superato un esame di Stato abilitante alla professione – anche – di fitopatologo!”.

“Il Pan”, continua la nota del Collegio, “in sostanza non distingue, se non marginalmente, fra un benzinaio, un musicista, un insegnante di lettere ed un laureato in agraria, libero professionista. Per fare un paragone sarebbe come chiedere ad un medico di fare un “esame regionale” per potere (lui che li prescrive) acquistare un antibiotico in farmacia”.

In questo senso il ruolo dei tecnici liberi professionisti, secondo il Collegio, “risulta quindi completamente mortificato, nonostante i molti interventi svolti dal Cnaal nei confronti del Governo e della Conferenza Stato-Regioni”.

Le proposte degli Agrotecnici erano volte ad aumentare la consapevolezza dei rischi per la salute pubblica e per quella degli operatori sull’errato impiego dei prodotti fitoiatrici e per promuovere modelli sostenibili di agricoltura. Proposte che salvaguardavano il ruolo dei tecnici liberi professionisti e valorizzavano correttamente il ruolo delle Regioni.

“A questo punto – ha commentato Roberto Orlandi, presidente del Collegio, “posti di fronte a tanta ottusa arroganza, altra strada non rimaneva se non quella di depositare gli atti in tribunale. Non è infatti possibile accettare che un’abilitazione rilasciata dallo Stato, a seguito di un lungo percorso di studi ed il superamento di un esame abilitante, venga disconosciuta completamente dalle Regioni e, da queste, equiparata ad un corso di 20 ore”.

“Mi auguro – ha concluso Orlandi – che anche gli altri Albi professionali di settore cambino atteggiamento e presentino a loro volta analoghi ricorsi, per difendere la professionalità dei loro iscritti, esattamente come noi abbiamo fatto”.

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