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Pac: delusione delle organizzazioni agricole italiane

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Risposte inadeguate per lo sviluppo rurale, per la regolazione dei mercati, per gestire le crisi, per sostenere il ricambio generazionale. Eccessivo il peso, nella composizione dei pagamenti diretti, alla componente cosiddetta “greening”, in contrasto con una visione di un’agricoltura produttiva. Questo, in sintesi, il duro giudizio delle associazioni agricole italiane sull’ipotesi di riforma della Pac formulata dalla Commissione europea.

Sul banco degli imputati troviamo, innanzitutto, il taglio delle risorse che rischia di compromettere qualsiasi sviluppo e di mettere a rischio la stessa competitività dell’agricoltura italiana. “In gioco – ha commentato Coldiretti – ci sono per l’Italia circa 6 miliardi di fondi comunitari all’anno per i prossimi sette anni, ma soprattutto il futuro di 1,6 milioni di imprese agricole che danno occupazione a circa un milione di dipendenti e che garantiscono il presidio territoriale di oltre 17 milioni di ettari di terreno coltivato totale dal quale nascono produzioni da primato che danno prestigio e competitività al made in Italy nel mondo”.

È una proposta di budget che va assolutamente ridiscussa e rivista anche secondo la Cia-Confederazione italiana agricoltori.. “L’agricoltura del nostro Paese –ha affermato il presidente Giuseppe Politi – pagherebbe un dazio insostenibile, con un taglio complessivo degli interventi di circa il 25%. Infatti, il criterio di redistribuzione delle risorse ipotizzato è unicamente quello della superficie, che non riconosce il valore e la ricchezza dell’agricoltura italiana. Una vera assurdità che porrebbe seri problemi per gli agricoltori, costretti a operare in un quadro sempre più angusto e senza i sostegni necessari per stare su un mercato che si presenta difficile e carico di molte insidie”.

Insomma, le misure previste dall’Esecutivo Ue, soprattutto in un periodo caratterizzato da una forte volatilità dei prezzi e da una perdita costante del reddito degli agricoltori, appaiono alle associazioni agricole totalmente inadeguate. A preoccupare è la definizione di agricoltore attivo che non si basa su quello che effettivamente fanno, ma sulla quantità di aiuti che ricevono, premiando così le rendite e le dimensioni e non il lavoro e gli investimenti.

Non solo. Appaiono riduttive e marginali anche le azioni per lo sviluppo rurale e la gestione dei mercati e delle crisi, sono deboli i provvedimenti per sostenere le imprese giovani e promuovere il ricambio generazionale. “Adesso – ha concluso il presidente della Cia – ci attende un negoziato lungo e complesso. A Bruxelles dobbiamo presentarci con una posizione condivisa dal mondo agricolo-alimentare del nostro Paese. La riforma deve porre al centro l’agricoltura e le imprese, Insomma, occorre lavorare per una Pac più forte e ambiziosa, che permetta di regolare i mercati, di assicurare il reddito degli agricoltori e di garantire le aziende agricole”.

O.O.

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