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Agrotecnici: la sentenza del Tar Lazio respinge il ricorso

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“Una sentenza che condanna i professionisti alla miseria: reagiremo. Anche fossimo i soli a farlo”. È questo il duro commento del presidente del Collegio nazionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati, Roberto Orlandi, alla sentenza del Tar Lazio n. 6954 dell’11 luglio scorso, che ha respinto il ricorso con il quale la Cassa di previdenza di categoria si faceva carico di aumentare – senza alcun onere per lo Stato – gli importi delle future pensioni dei professionisti.

Il contenzioso sfociato nella sentenza è nato a seguito della presa di posizione del ministero del Lavoro che, dopo una lunga istruttoria, aveva bloccato la decisione della Cassa di previdenza degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati di aumentare la rivalutazione dei contributi versati dagli iscritti, con motivazioni che la categoria professionale aveva ritenuto non fondate e in contrasto con il Regolamento della stessa Cassa di previdenza.

Nel 2012 infatti la Cassa di previdenza degli agrotecnici, inclusa nella Fondazione Enpaia, potendo vantare una gestione inappuntabile per quindici anni consecutivi e avendo positivamente superato tutte le verifiche ministeriali in ordine alla sostenibilità futura, aveva deciso di aumentarla, ma senza chiedere agli iscritti alcun incremento dei contributi, quindi utilizzando esclusivamente gli utili di bilancio.

L’aliquota di rivalutazione dei contributi previdenziali versati si basa sulla media quinquennale del Pil determinata dall’Istat che, a seguito della perdurante stagnazione economica, ha subito nel tempo una costante riduzione, ad esempio, dal 4,050% del 2005 all’1,1344% del 2012.

Il Comitato Amministratore della Cassa di previdenza degli Agrotecnici decise così di intervenire facendo quello che nessuna Cassa di previdenza aveva mai tentato prima di allora: aumentare la rivalutazione delle (future) pensioni in misura maggiore dell’indice Pil/Istat.

E si trattò di un aumento consistente, del 50% superiore all’aliquota stabilita dall’Istat, con grande beneficio dei “previdenti”, i quali videro così passare il tasso di rivalutazione del 2011 dall’1,6165% al 2,42475%. Nel 2012, applicando il medesimo principio, la rivalutazione sarebbe passata da 1,1344% al più consistente 1,7016%.

Chiesta al Ministero del Lavoro l’autorizzazione a procedere, la Cassa previdenziale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati se l’è vista bloccare senza alcuna valida motivazione, semplicemente sulla scorta del fatto che – secondo il Ministero – tutte le Casse professionali dovrebbero rivalutare i contributi previdenziali nella stessa identica misura.

Inevitabile, a quel punto, che la Cassa degli agrotecnici difendesse la propria posizione, impugnando al Tar il diniego ministeriale; al suo fianco si schierava l’Albo professionale con un ricorso “ad adiuvandum” del Collegio nazionale. Con la sentenza i giudici del Tar dichiarano infondato il ricorso e lo respingono, ma le motivazioni “di diritto” non convincono, per le seguenti ragioni:

1.   La legge n. 335/95 prescrive che le eccedenze di bilancio delle Casse di previdenza dei professionisti debbano essere “accantonate in un Fondo di riserva” ed è precisamente quello che gli Agrotecnici hanno fatto per 15 anni, venendo così a costituire un Fondo ridondante rispetto alle esigenze. Che fare di un Fondo così grande rispetto al necessario?

     Il Regolamento della Cassa previdenziale degli agrotecnici prevede che sull’utilizzo del Fondo di riserva decida il Comitato Amministratore della Cassa. E precisamente questo è quanto avvenuto, dunque nel pieno rispetto del Regolamento previdenziale (per inciso: all’epoca approvato dallo stesso Ministero del Lavoro).

     La posizione del Ministero, purtroppo ora confermata dal TAR Lazio, che nega la possibilità di utilizzo del Fondo, finisce peraltro per svuotare di significato il Regolamento della Cassa di previdenza degli Agrotecnici e degli Agrotecnici laureati, privandola di qualunque autonomia (benchè per legge prevista).

2.   Vero che il Ministero del Lavoro ben poteva contestare la decisione del Comitato Amministratore della Cassa previdenziale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici laureati nel merito (ad esempio: se le decisioni assunte avessero minato la sostenibilità previdenziale futura), ma non è questo il caso, perchè il Ministero non ha proposto alcuna eccezione di merito. Semplicemente ha negato la possibilità di migliorare la rivalutazione delle future pensioni, sostenendo che il sistema di calcolo della legge n. 335/95 (media quinquennale del PIL), è “fisso ed immodificabile”.

     Ma così non risulta; l’art. 1 comma 9 della legge n. 335/1995, infatti recita:

     “Il tasso annuo di capitalizzazione è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, appositamente calcolata dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare.”

     stabilendo dunque che la rivalutazione “secondo il Pil” è sempre dovuta ma non certo proibendo di migliorarla.

     Pertanto i giudici del Tar sono incorsi in un grossolano errore di diritto, interpretando quella che è la “rivalutazione minima” garantita alle pensioni dei professionisti, come la “rivalutazione massima” possibile.

La reazione della Cassa di previdenza degli agrotecnici è stata immediata: il 25 luglio scorso il Comitato Amministratore si è riunito e all’unanimità ha deliberato di appellare la sentenza n. 6954 al Consiglio di Stato. Altrettanto farà il Collegio nazionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati, il cui Consiglio nazionale è stato convocato il giorno 8 agosto per deliberare al riguardo.

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