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N. 48 RICORSO PER LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE 12 agosto 2002. Rico...

N. 48 RICORSO PER LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE 12 agosto 2002. Ricorso per questione di legittimita' costituzionale depositato in cancelleria il 12 agosto 2002 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Lavori pubblici - Norme della Regione Friuli-Venezia Giulia - Affidamento dei lavori mediante procedura ristretta - Fissazione, nel bando di gara, del numero massimo delle imprese da invitare (da dieci a trenta) - Criteri di scelta in caso di...

N. 48 RICORSO PER LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE 12 agosto 2002.

Ricorso per questione di legittimita’ costituzionale depositato in
cancelleria il 12 agosto 2002 (del Presidente del Consiglio dei
ministri)

Lavori pubblici – Norme della Regione Friuli-Venezia Giulia –
Affidamento dei lavori mediante procedura ristretta – Fissazione,
nel bando di gara, del numero massimo delle imprese da invitare (da
dieci a trenta) – Criteri di scelta in caso di superamento del
numero fissato – Valutazione della “collocazione operativa” delle
imprese concorrenti – Denunciata violazione della previsione
costituzionale che fa divieto alle regioni di limitare l’esercizio
del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale –
Violazione del principio di eguaglianza e, conseguentemente, del
divieto comunitario di discriminazioni in ragione della
cittadinanza – Violazione della competenza esclusiva statale in
materia di disciplina della concorrenza.
– Legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 31 maggio 2002, n. 14,
art. 20.
– Costituzione, artt. 3, 117, primo comma, e comma secondo, lettera
e), e 120; Trattato CE, artt. 12 e 49.
Lavori pubblici – Norme della Regione Friuli-Venezia Giulia –
Ulteriori criteri di affidamento dei lavori, nel caso di
aggiudicazione in favore dell’offerta economicamente piu’
vantaggiosa – Prevista priorita’ per le imprese con sede legale
nella Regione da almeno tre anni alla data del bando e che abbiano
eseguito in Regione lavori similari a quelli in gara negli ultimi
tre anni – Denunciata violazione della normativa della Comunita’
europea per omesso riferimento alla soglia comunitaria –
Irragionevole trattamento deteriore per le imprese che non operano
nella Regione – Violazione della competenza esclusiva statale in
materia di disciplina della concorrenza.
– Legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 31 maggio 2002, n. 14,
art. 24.
– Costituzione, artt. 3, 117, primo comma, e comma secondo, lettera
e); Direttiva 14 giugno 1993, n. 93, n. 93/37/CEE.

(GU n. 40 del 9-10-2002)
Ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato
e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato presso la quale ha il
proprio domicilio in via dei Portoghesi n. 12, Roma;
Nei confronti della regione autonoma Friuli-Venezia Giulia, in
persona del presidente della giunta regionale, per la dichiarazione
della illegittimita’ costituzionale della legge regionale 31 maggio,
n. 14, Disciplina organica dei lavori pubblici, negli articoli 20 e
24 (B.U.R. – supplemento straordinario – n. 22 del 4 giugno 2002).
Art. 20.
L’art. 20.2 della legge regionale, in caso di affidamento dei
lavori mediante procedura ristretta, tra i criteri per riportare i
candidati nel numero massimo di trenta, eventualmente fissato nel
bando di gara ai sensi del primo comma, indica anche la collocazione
operativa dei concorrenti. Questo significa che, una volta che sia
stato fissato il numero massimo di imprese ammesse che non puo’
essere superiore a trenta, ma che puo’ essere ben inferiore, purche’
superiore a dieci, le imprese con collocazione operativa piu’ lontana
verrebbero sempre escluse.
Collocazione operativa e’ formula non tra le piu’ felici, secondo
la quale si dovrebbe tenere conto o della sede effettiva delle
imprese o della collocazione dei cantieri aperti al momento della
presentazione della domanda.
In ogni caso sarebbero pregiudicate le imprese con sedi lontane,
in pratica quelle che operano in regioni diverse.
Ai sensi dell’art. 127, primo comma, della Costituzione il
Governo puo’ promuovere la questione di legittimita’ costituzionale
di una legge regionale quando ritenga che ecceda la competenza della
regione.
L’art. 120 fa divieto alle regioni di limitare l’esercizio del
diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale.
E’ proprio questo l’effetto dell’art. 20.2 in esame.
Le imprese con sede o con cantieri fuori dalla regione
Friuli-Venezia Giulia verrebbero tagliate fuori dagli appalti
soggetti alla disciplina regionale, in pratica riservati alle imprese
operanti nella regione o in territori vicini.
E’ palese la violazione anche dell’art. 3 della Costituzione che
da sola giustifica l’impugnativa ai sensi dell’art. 127, primo comma,
Cost.
La regione eccede la propria competenza quando con una sua legge
viola principi costituzionali, con la conseguente legittimazione del
Governo ad impugnarla.
Sostenendo il contrario, si dovrebbe poi concludere che nella
competenza della regione rientra anche la possibilita’ di violare la
Costituzione e che sulla legge non sarebbe possibile una verifica
immediata di legittimita’ costituzionale, ma solo un giudizio
incidentale.
Attraverso la violazione dell’art. 3 della Costituzione si e’
realizzata anche una violazione comunitaria, piu’ precisamente degli
artt. 12 e, indirettamente, 49 del Trattato CE.
L’art. 12, come noto, vieta ogni forma di discriminazione in
ragione della cittadinanza e la Corte di giustizia, da tempo, ha
chiarito che il divieto e’ espressione del principio generale di
uguaglianza, che e’ principio fondamentale dell’ordinamento
comunitario ribadito nella Carta dei diritti. Introducendo una
disciplina di favore delle imprese che operano nella regione o nelle
zone finitime, si e’ realizzata, dunque, una discriminazione in danno
anche delle imprese dei Paesi membri, in ragione della loro
nazionalita’. Si e’ violato, pertanto, l’art. 17, primo comma, della
Costituzione che imporre anche alle regioni il rispetto
dell’ordinamento comunitario.
Non vale ad escludere la illegittimita’ comunitaria che la norma,
come dispone il suo primo comma, sia applicabile ai lavori di importo
al di sotto della soglia comunitaria.
Quella che si intende far valere e’ la violazione delle norme
comunitarie in materia di appalti di lavori pubblici non in via
diretta, ma attraverso la violazione dell’art. 3 della Costituzione
e, di conseguenza, la violazione dell’artt. 117, primo comma, Cost.
E’ evidente, infatti, il contrasto della norma in esame con
l’art. 12 del Trattato che vieta qualsiasi discriminazione fondata
sulla nazionalita’, discriminazione cosi’ incisiva da rendere
impossibile ad una impresa di un Paese membro di risultare
aggiudicataria. Ma e’ violato anche, per le stesse ragioni ed in modo
palese, l’art. 49.
Art. 24.
Come ulteriori criteri di affidamento, nel caso di aggiudicazione
in favore dell’offerta economicamente piu’ vantaggiosa, sono
previsti: avere l’impresa la sede legale nella regione da almeno tre
anni alla data di bando di gara; avere eseguito in regione lavori
similari a quelli in gara negli ultimi tre anni.
Una volta che sia superata la fase dell’ammissione, dunque, si
ripete la posizione di favore per le imprese che operano nella
regione ai fini dell’aggiudicazione.
Va rilevato che questi sono definiti come criteri di priorita’.
Stando alla formulazione della norma, dovrebbero avere valore
prevalente sugli altri.
Non c’e’ alcun riferimento alla soglia comunitaria, come
nell’art. 20. La violazione della Direttiva 14 giugno 1993,
n. 93/37/CEE e’, dunque, palese ne’ sembra il caso di richiamare la
giurisprudenza della Corte di giustizia.
La norma non dovrebbe trovare applicazione secondo principi ben
noti dell’ordinamento comunitario.
Ma gia’ la sua esistenza determina una infrazione comunitaria,
perseguibile nelle forme di cui all’art. 226 del Trattato, e la
illegittimita’ costituzionale ai sensi dell’art. 117, primo comma,
Cost.
Ed e’ sotto questo profilo che la norma viene impugnata
cosicche’, una volta dichiarata costituzionalmente illegittima, venga
meno anche la infrazione comunitaria prima del parere motivato ai
sensi dell’art. 226 richiamato, che esporrebbe lo Stato ad una
responsabilita’ diretta.
Ma viene violato anche l’art. 3 Cost.
Non sembra necessario illustrare come una posizione cosi’
sfavorevole per le imprese che non operano nella regione e nelle zone
vicine non abbia nessuna base di ragionevolezza, fondata come e’
sulla volonta’ di favorire le imprese locali.
Entrambe le norme violano, peraltro, anche l’art. 117, secondo
comma, lett. e) Cost.
I criteri fissati creano per le imprese con sede o operanti nella
regione o in territori vicini una situazione di favore, del tutto
svincolata dalla loro efficienza e dalle loro capacita’ operative, in
violazione dei principi che reggono il mercato concorrenziale.
Attraverso l’applicazione di quei criteri puo’ essere
neutralizzato il vantaggio concorrenziale della impresa capace di
offrire il prezzo minore per il fatto che ha la sua sede o ha svolto
la sua attivita’ fuori della regione.
Il contrasto con i principi del mercato concorrenziale e’ tanto
evidente da non richiedere dimostrazione.
Senonche’ la disciplina della concorrenza, e quindi anche le
deroghe ai suoi principi, rientra nella legislazione esclusiva dello
Stato.
Da qui un ulteriore motivo di illegittimita’ costituzionale di
entrambe le norme.

P. Q. M.
Si conclude perche’ la legge impugnata sia dichiarata
costituzionalmente illegittima negli articoli 20 e 24;
Si produce estratto della deliberazione del Consiglio dei
ministri del 25 luglio 2002.
Roma, addi’ 27 luglio 2002.
L’Avvocato dello Stato: Glauco Nori
02C20851

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